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9 settembre 1943: 65° anniversario dell'affondamento della corazzata "ROMA" E-mail
Scritto da Redazione GolfoTv   
cosmo_ciano_ico.jpgGaeta 9 settembre 2008 - All'indomani dell'armistizio, 65 anni fa, veniva  affondata la corazzata Roma: parla un superstite di Gaeta. ciak_ico.pngVideo nella notizia








La corazzata Roma viene varata a Trieste il 9 giugno 1940. La nave da battaglia  classe Littorio, costuita nel Cantiere  C.R.D.A. di Trieste. L'impostazione venne avviata il 18 settembre 1938  e completata il 14 giugno 1942.

 

varo-web.jpg
varo: Trieste 9 giugno 1940

 

roma_in_allestimentoIl dislocamento standard è 44.050 t, a pieno carico raggiunge 46.215 t. Lunghezza  240,7 m , larghezza  32,9 m . La propulsione è assicurata da 8 caldaie a nafta, 4 gruppi turboriduttori, 4 eliche, per una potenza di 180.000 CV  e una velocità di 31 nodi (57,4 km/h). L'autonomia è di 3.920 miglia a 20 nodi (con 4.000 t di nafta). L'equipaggio  è formato da 120 Ufficiali e 1800 Marinai. Come sensori di bordo monta radar EC.3 Ter Gufo . Come sistemi difensivi  ha 9 cannoni da 381/50 mm modello 1934 (in tre torri trinate), 12 cannoni da 152/55 mm (in quattro torri trinate),  4 cannoni da 120/40 mm illuminanti (in 4 installazioni singlole), 12 cannoni AA da 90/50 mm modello 1939 (in 12 torri singole), 20 mitragliere AA da 37/54 mm (in 10 installazioni binate), 14 mitragliare AA da 20mm (in 7 installazioni binate). La corazzatura di 350 mm (verticale), 150 mm (orizzontale sopra i depositi munizioni), 350 mm (max. artiglierie principali), 280mm (max.artiglierie secondarie), 260 mm (torrione di comando). La Roma dispone anche di 3 mezzi aerei, tra IMAM Ro.43 e Reggiane Re.2000 .

La corazzata Roma fu una nave della Regia Marina la terza unità della classe Littorio e rappresentò il meglio della produzione navale bellica italiana della seconda guerra mondiale.


Progettata dal Generale Ispettore dei Genio Navale Umberto Pugliese, questa classe di navi da battaglia costituì uno dei primi esempi al mondo di unità sopra le 35.000 tonnellate, limite imposto dal Trattato navale di Washington in vigore all'epoca della progettazione e costruzione dell'unità, ma che venne disatteso di oltre il 15% per ottenere le caratteristiche desiderate, come già accaduto con la classe Zara di incrociatori pesanti; nonostante le caratteristische di rilievo non venne mai schierata in combattimento.

La Roma fu impostata presso i Cantieri Riuniti dell'Adriatico a Trieste all'inizio del 1938, ed entrò in servizio solo dopo la metà del 1942, non ebbe pertanto la possibilità di partecipare ad azioni belliche contro la flotta inglese.

Per rendere lo scafo più resistente agli attacchi subacquei, venne montato uno dei Cilindri Pugliese, ideati dallo stesso progettista, consistevano in un contenitore di mt.3,80 di diametro, lungo mt.120 collocato all'interno di una intercapedine, tra lo scafo interno e la murata esterna, in caso di esplosione di mina o siluro, la potenza d'urto veniva distribuita in tutte le direzioni, diminuendo i relativi danni, assorbiti dal cilindro stesso, l'intercapedine doveva essere sempre piena d'acqua o nafta.


rm_romaweb.jpg

 

romaarmamento.jpg

 


8 settembre 1943

Alle ore 19,45 il Maresciallo Badoglio annuncia l'armistizio con le forze alleate diffondendo per radio questo messaggio: «Il Governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al Gen. Eisenhower, Comandante in Capo delle Forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le Forze angloamericane deve cessare da parte delle Forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Amm.  Carlo BergaminiSecondo le clausole armistiziali le Navi Italiane, adornate di pennelli e cerchi neri in segno di resa, si sarebbero dovute trasferire a Malta in attesa di conoscere il proprio destino. La situazione si era completamente capovolta. Fino a poche ore prima la Flotta Italiana si disponeva ad uscire dal porto per contrastare gli angloamericani prossimi a sbarcare a Salerno. Nemmeno il Comandante in Capo delle Forze Navali da Battaglia, Ammiraglio Carlo Bergamini, era stato messo al corrente degli sviluppi della situazione politica. Il segreto più ermetico, per volere del capo di Stato Maggiore generale Vittorio Ambrosio aveva avuto i suoi effetti.

L’Amm. Sansonetti impartisce l'ordine alla Flotta di raggiungere i prescritti porti alleati, essendo esclusa la «consegna delle navi e l'abbassamento della bandiera ». E per convincere amici e nemici trasmette l'ordine in chiaro.

Il Gen. Ambrosio assicura d'aver chiesto agli angloamericani che la Flotta per motivi tecnici possa trasferirsi alla Maddalena e che a La Maddalena tutto è pronto per l'ormeggio delle navi.

A bordo delle unità l'animazione ha raggiunto punte pericolose. Bergamini è costretto a dare disposizioni perentorie che nessuno si presenti sulla ROMA senza preventiva autorizzazione. Nessuno solleciti ordini. Al momento opportuno verranno. Alla fine decide di riconvocare ammiragli e comandanti. Sono le 22.

La partenza della Squadra, data per imminente nel corso della giornata, era stata rinviata più volte. La tensione fra gli equipaggi era al massimo. Bergamini riprende in mano la situazione. Agli ammiragli e comandanti delle navi conferma la notizia dell'armistizio e brevemente accenna ai suoi colloqui telefonici con Roma. Prima di salpare, in un famoso discorso ai comandanti sottordini della Squadra Navale, esalta il supremo dovere dell'obbedienza, necessario più che mai in quel drammatico frangente per la salvezza della Patria.

corazzata roma

La Corazzata Roma

 

9 settembre 1943.

La Squadra parte alle ore 3 diretta alla Maddalena. Non inalbera i segni neri della resa. Alla stessa ora ha inizio nel golfo di Salerno l'Operazione angloamericana Avalanche.

Escono da La Spezia tre corazzate: la ROMA, con a bordo lo stesso ammiraglio Bergamini, la Vittorio Veneto e la ex Littorio (Italia dal 25 luglio 43) con l'ammiraglio Garofolo. Sono seguite da tre incrociatori (Eugenio di Savoia, con l'ammiraglio Oliva; Montecuccoli e Regolo) e da otto cacciatorpediniere (Legionario, Grecale, Oriani, Velite, Mitragliere, Fuciliere, Artigliere e Carabiniere).

Alle ore 6,30 al largo di Capo Corso si uniscono a questo primo gruppo le navi già dislocate a Genova.

La Flotta si mantiene a una ventina di chilometri dalle coste occidentali della Corsica, velocità 22 nodi. All'alba la Flotta è avvistata da un ricognitore alleato. Alle 8 della mattina l'ammiraglio Meendsen Bohlken, comandante tedesco a La Spezia, dà l'allarme a Berlino: «La flotta italiana è partita nella notte per consegnarsi al nemico».

La corazzata Roma, con le insegne dell'ammiraglio Bergamini, è in testa alla formazione. La squadra naviga velocemente al largo della costa occidentale della Corsica e, avvistata l'Asinara accosta di 45° per imboccare l'entrata di ponente di La Maddalena.

 

roma_poppaweb.jpg

 

Ma la base navale non può e non deve ricevere le navi: infatti con un colpo di mano i tedeschi se ne sono impadroniti alle 11.25, ma è solo alle 14.20 che Bergamini viene informato ed immediatamente ordina l'inversione di rotta. La Roma, fino a quel momento in testa alla formazione, si trova ora in coda. 

Alle 15.10 un gruppo di cacciabombardieri Junkers attacca le navi, le quali aprono il fuoco contraereo e manovrano in modo da sfuggire alle bombe: nessuna unità è colpita mentre un aereo viene abbattuto.

Intanto da Istres (Marsiglia) si era levato in volo Terzo Gruppo del 100° stormo, 15 bimotori DO 217 KII. Gli apparecchi trasportano ciascuno una bomba radioguidata del tipo FX-1400. La bomba era stata progettata nel 1939 e il suo primo nome era stato FritzX. L'FX-1400, che veniva anche indicata come SD1400, consisteva in una bomba da 1400 chili con alta capacità di penetrazione, alla quale erano state aggiunte quattro alette, un motore a razzo e piani di coda. In prossimità di questi ultimi era sistemato il radiocomando. La guida era assicurata dall'aereo che l'aveva lanciata. La bomba, con un carico esplosivo di 300 kg, era lunga m. 3,30. L’ordigno, inoltre, generava una scia di fumo che facilitava l'indirizzamento verso il bersaglio. Non era facile utilizzare questa nuova arma, sopratutto variava di molto l'angolo di sgancio rispetto le bombe tradizionali, ed era richiesta notevole abilità al manovratore del radiocomando per le ultime importantissime correzioni.

Gli equipaggi degli aerei che comparvero nel cielo sopra le navi alle 15.50, erano perfettamente addestrati all'uso di tale bomba progettata espressamente in funzione antinave, e probabilmente già da tempo pronti ad entrare in azione contro le nostre maggiori unità da battaglia.

Subito gli attacchi si concentrano verso la Roma, una prima bomba cade vicinissimo la murata di dritta di poppavia, scoppiando sotto lo scafo. Le motrici corrispondenti alle due eliche poppiere si arrestano e la velocità cade a 16 nodi, ma i provvedimenti immediatamente presi dal personale contengono lo sbandamento entro il limite di pochi gradi.

La seconda bomba cade sul lato sinistro tra il torrione di comando e la torre sopraelevata, provocando l'allagamento del locale delle motrici prodiere (corrispondenti alle due eliche esterne) e l'arresto della nave, la deflagrazione in rapida successione di tutti i depositi di munizioni prodieri, l'incendio in numerosi locali con cessazione dell'erogazione di energia elettrica, lo sbandamento del torrione di comando.

L'imponenza dell'esplosione nelle santabarbare mette rapidamente la nave in condizioni disperate. Comincia a sbandare sulla dritta e si arresta per alcuni istanti col trincarino di dritta a mezzo metro dall'acqua: in questo momento il tenente di vascello Incisa, il più anziano dei pochi ufficiali superstiti, nonostante le gravi ustioni riportate, ordina di abbandonare la nave.

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Subito dopo, alle 16.12, la Roma, accelerando il movimento di rotazione, si capovolge spezzandosi in due tronconi e scompare. Per breve tempo la poppa rimane verticale con le eliche fuori dall'acqua, la prora affonda con moto lentissimo.

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Narra un testimone, il Comandante Garofalo imbarcato sull'Italia (ex Littorio): "Tutto è avvenuto in pochi minuti, ma siamo ormai lontani dal punto in cui la Roma è ferma avvolta dal fumo: la prora quasi non si vede più; le navi maggiori impegnate nella manovra difensiva si allontanano dalla compagna ferita mentre alcuni cacciatorpediniere dirigono verso di essa per il salvataggio dei naufraghi.

L'ultima visione che ho della nave ammiraglia sono tre fuochi da segnali che salgono verso il cielo, scoppiando in tre stelle rosse; l'ultima voce che arriva a noi è quella di un radiosegnalatore che dice "sono in pericolo" e che ripete dopo qualche secondo "in pericolo di morte".

Morirono 1266 tra marinai e sottufficiali, 86 ufficiali, tra cui l'Ammiraglio Carlo Bergamini con il tutto il suo Stato Maggiore, il comandante della nave capitano di vascello Adone del Cima.

Il resto della squadra, dopo aver raccolto 520 superstiti per buona parte feriti gravi (di questi ben 26 moriranno successivamente al salvataggio), dovette respingere altri attacchi aerei e si divise in due gruppi, uno raggiunse Malta secondo gli accordi armistiziali, l'altro le Baleari dove fu internato sino alla fine della guerra.

Alla memoria dell’Ammiraglio Bergamini è stata decretata la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:

“Comandante in Capo delle Forze Navali da Battaglia, sorpreso dall’armistizio in piena efficienza materiale e morale, trascinò con l’autorità e con l’esempio tutte le sue navi ad affrontare ogni rischio pur di obbedire, per fedeltà al Re e per il bene della Patria, al più amaro degli ordini. E nell’adempimento del dovere scomparve in mare con la sua nave ammiraglia, colpita a morte dopo accanita difesa, dal nuovo nemico, scrivendo nella storia della Marina una pagina incancellabile di dedizione e di onore”.

Alla memoria dei Marinai della Roma è stata innalzata sull'isolotto della Paura presso Santo Stefano una colonna granitica decorata da un gruppo bronzeo rappresentante una procellaria.

Nel 1996 la nave idrografica della Marina Militare "Ammiraglio Magnaghi" ha condotto una campagna di ricerca a circa 15 miglia a SW di Capo Testa allo scopo di individuare con precisione il relitto che giace sul fondo a circa 3000 metri di profondità.


DAL DISCORSO DELL’AMMIRAGLIO BERGAMINI AI SUOI COMANDANTI:

“… ciò che conta nella storia dei popoli non sono i sogni e le speranze e le negazioni della realtà, ma la coscienza del dovere compiuto fino in fondo, costi quel che costi. Sottrarsi a questo dovere sarebbe facile; ma sarebbe anche un gesto inglorioso e significherebbe fermare la nostra vita e quella dell’intera Nazione e concluderla in un gesto senza riscatto, senza rinascita, mai più …

Verrà un giorno in cui questa forza vivente della Marina sarà la pietra angolare sulla quale il popolo italiano potrà riedificare pazientemente le proprie fortune. Dite tutto questo ai vostri uomini ed essi vi seguiranno obbedienti come vi hanno sempre seguito nelle ore dell’azione piena di pericoli”.


Anche la città di Gaeta ha perso alcuni marinai a bordo della Corazzata Roma: Buttaro Vincenzo (21 anni), D’Ischia Francesco (28), Lamberdi Gerardo (28), Patalano Pietro (26), Scuccimarra Cosimo (24), Sorabella Pietro (21), Tarallo Giovanni (21), Viola Francesco (34). I corpi di questi eroi di Gaeta non sono mai stati recuperati. Possiamo però rifarci alla testimonianza di uno dei due superstiti di Gaeta presenti sulla Corazzata Roma: Cosmo Ciano, classe 1923 quel tragico 9 settembre si trovava imbarcato come nocchiere sulla Corazzata. Alle ore 16.00 il marinaio Ciano era a poppa e pertanto lontano dalla esplosione più pericolosa avvenuta al centro della nave. Cosmo Ciano ebbe il tempo di lanciarsi in mare per poi aggrapparsi ad una delle scialuppe di salvataggio già stracolta di marinai.

Da quella posizione privilegiata Ciano ebbe modo di rendersi conto dell’impressionante tragedia che si stava svolgendo in quel momento. La prua della Roma si è impennata per poi inabissarsi, fortunatamente la discesa è stata lenta, tale da non provocare un risucchio che avrebbe trascinato le piccole imbarcazioni di soccorso. I ricordi più impressionanti di Cosmo Ciano sono quelli di marinai a terra che chiamavano la moglie, la madre, e in particolare un segnalatore che nel lanciarsi in acqua è rimasto imbrigliato in una delle funi utilizzate per le segnalazioni: nel frattempo le fiamme raggiunsero la stazione fanali ardendo vivo il marinaio addetto ai segnali!

Cosmo Ciano, intervistato da Carlo Di Nitto e Roberto Avino ha voluto quasi sdrammatizzare il racconto dicendo che si era anche fatto raccomandare da un ammiraglio di Gaeta per poter svolgere il servizio sull Roma considerata una nave sicura e che non avrebbe partecipato al conflitto mondiale, infatti la corazzata non ha mai utilizzato il suo notevole armamento.

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Cosmo Ciano

 


 

 

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