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La stauroteca bizantina di Gaeta E-mail
Scritto da Lino Sorabella   
 Gaeta 21 marzo 2008 - Le celebrazioni religiose della Settimana Santa ci rimandano alla Passione di Cristo: simbolo principe della sofferenza è la croce, intesa sia come oggetto in legno per la crocefissione, sia come oggetto di culto, di dimensioni e forme varie, realizzato nei più diversi materiali, passando da rappresentazioni verosimili fino alle estreme stilizzazioni.

 Intimamente connesso con il simbolo del supplizio è la cosiddetta reliquia della “vera croce” di Cristo. Socrate Scolastico (nato nel 380 circa), nella sua Storia Ecclesiastica, fornisce un resoconto del ritrovamento del legno della croce a cui fu inchiodato Gesù. Eusebio di Cesarea scrive come il luogo del Santo Sepolcro, in origine luogo di culto per la comunità cristiana di Gerusalemme, era stato interrato e vi era stato costruito sopra un tempio di Venere. In seguito alla conversione al Cristianesimo, l'imperatore Costantino ordinò, nel 325–326 circa, che il sito funebre fosse ripristinato. Ritornando al testo di Socrate Scolastico, Elena, l'anziana madre di Costantino, fece distruggere il tempio pagano riportò alla luce il Sepolcro, dove furono ritrovate tre croci e il titulus della crocifissione di Cristo. L’identificazione della croce utilizzata per Gesù avvenne grazie a Macario, governatore della città, a seguito di una guarigione miracolosa avvenuta toccando il legno.


A destra, Matteo Rosselli (Firenze 10 agosto 1578 - 18 gennaio 1650), Invenzione della Santa Croce, chiesa dei Santi Michele e Gaetano, Firenze

 


Socrate Scolastico scrisse che in tale occasione vennero ritrovati anche i chiodi della crocefissione, e che Elena li mandò a Costantinopoli, dove furono incorporati nell'elmo dell'Imperatore e uno fu trasformato nel morso del proprio cavallo (oggi nel Duomo di Milano). Un altro chiodo dovrebbe circondare l'interno della Corona Ferrea (oggi nel Duomo di Monza).

Secondo Teodoreto di Cirro (morto intorno al 457), Elena fece sua una parte del legno della croce e ne affidò la restante al vescovo di Gerusalemme. Sebbene il carattere di questi ed altri racconti sia più o meno apocrifo, la cosa certa è che la venerazione delle presunte reliquie della croce era già in essere nel 340 presso la Chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Mettendo da parte la fede, sono in molti a dubitare dell’autenticità della reliquia, i fattori discriminanti possono legarsi all’età del ritrovamento avvenuto 3 secoli dopo, proprio quando Elena era disposta a spendere fortune in cambio di significative reliquie della cristianità; più certa è la costruzione della cosiddetta croce di Gesù direttamente nel IV secolo; inoltre anche la forma del legno indicata da storici coevi al periodo del ritrovamento lascia forti dubbi in rapporto alla metodologia utilizzata dai romani per tale supplizio. Di recente sono state analizzate al microscopio quattro reliquie della Croce provenienti da varie chiese: Santa Croce in Gerusalemme a Roma, Notre Dame de Paris, il Duomo di Pisa e Santa Maria del Fiore a Firenze, tutti i pezzi sono in legno di olivo. Senza voler continuare in una discussione che non potrà mai essere chiarita, diciamo solo che parte di questo legno ed altre presunte reliquie di Cristo sono giunte a Roma grazie ad Elena che trasformò la propria abitazione in edificio di culto: l’odierna Basilica di S. Croce, dove, nel corso dei secoli, il legno fu frazionato per ricavarne reliquie soprattutto per il culto nelle parrocchie e per alcune croci pettorali dei vescovi.

Proprio in merito ad una croce pettorale spostiamo il discorso su una delle opere d’arte più preziose che si conservano in Gaeta: la Stauroteca bizantina donata dal Cardinale De Vio alla Cattedrale. La croce, proveniente dall’antico cenobio di S. Giovanni a Piro nel Cilento meridionale (provincia di Salerno) di cui fu abate commendatario il cardinale Tommaso De Vio, è un piccolo reliquiario d’oro a forma di encolpio, decorata su entrambe le facce con smalti policromi. Come il reliquiario sia giunto nel Cilento non ci è dato sapere, possiamo solo dire che la maggior parte dei reliquiari bizantini, oggi in Europa, sono il frutto del saccheggio di Costantinopoli avvenuto nel 1204.


 

 


Uno studio significativo di questo manufatto è stato condotto da Angelo Lipinskj in Vaticano, in seguito al trasferimento del tesoro della Cattedrale ed altri beni culturali avvenuto il 22 dicembre 1943, per sottrarli alla barbarie della seconda guerra mondiale. La piccola croce, reliquario bivalve apribile verticalmente a metà del suo spessore, con appiccagnolo, si configura proprio come encolpio, o croce pettorale che il Cardinale De Vio fece montare su una base metallica appositamente realizzata a cui fece porre, sul nodo, il proprio titolo: THO-DE-VIO-CAR-S-XISTI che viene facilmente sciolto in Tho(mas) De Vio Car(dinalis) S(ancti) Xisti (= Tommaso De Vio Cardinale di San Sisto). La base triangolare cinquecentesca presenta su ogni angolo una figura umana a tutto tondo: proprio quelle persone vicine a Gesù che, secondo il Vangelo, erano presenti sotto la croce al momento della morte: Maria, la Maddalena e Giovanni Evangelista.
Ma ritorniamo alla preziosa crocetta. Il reliquiario rientra nelle attività di artisti di Costantinopoli che operarono nel corso dell’XI secolo. La piccola stauroteca è composta da oro e smalti ad alveoli rapportati. La tecnica consiste nell’applicare pasta vitrea su un fondo in metallo, pertanto presuppone l’impegno di tecnici specializzati in oreficeria e nella produzione del vetro.
 Questo tipo di decorazione nasce a Costantinopoli raggiungendo l’apice nell’XI secolo. Il procedimento prevedeva la preparazione del manufatto in oro con scanalature realizzate a bulino, lasciando soltanto un sottilissimo setto in metallo quale contorno di ogni singolo impasto vitreo colorato. Per la decorazione vetrosa si poteva ricorrere ad antiche tessere musive frantumate e lavorate, oppure si procedeva con la raccolta delle materie prime per realizzarne, a caldo, una miscela di silicati costituiti di soda e potassa con silice ed ossido di piombo, il minio ed i coloranti (ossidi metallici): l’impasto prodotto veniva frantumato, macinato, setacciato, ricotto a temperature superiori ai 700 gradi, in parte poi raffreddato, veniva posizionato nelle scanalature del manufatto in oro, che successivamente veniva rifinito e lucidato.





La preziosità della croce di Gaeta sta proprio nella tecnica artistica, oltre che nella datazione, ma non è da sottovalutare il messaggio cristiano che viene dalla decorazione stessa.


Su un lato è raffigurato il Cristo crocefisso con i piedi disgiunti, la croce conficcata sul monticello con al di sotto il teschio di Adamo. Sotto i bracci della croce sono indicate le parole pronunciate da Gesù alla Madre ed al discepolo prediletto. Ai lati del Cristo sono i busti della Vergine e di San Giovanni Evangelista. L’immagine dell’Arcangelo Michele è nella parte superiore. Tutte queste figure sono indicate dalle rispettive sigle in greco.


L’altro lato presenta, al centro, la figura della Vergine contornata da busti di santi bizantini con le relative didascalie in greco: ai lati san Teodoro e san Giorgio, in basso san Demetrio; in alto san Giovanni Battista. A sinistra e a destra della Madonna è presente un’invocazione (O Made di Dio, vieni in aiuto del Tuo servo Basilio) che potrebbe essere interpretata con riferimento ad un imperatore del tempo, oppure potrebbe riferirsi all’igumeno (= abate) del monastero di San Giovanni a Piro. La doppia attribuzione comporta la corrispondente datazione del cimelio: primo trentennio del sec. XI, o ultimo trentennio dello stesso secolo.

L’encolpio donato da Cardinale De Vio alla Cattedrale di Gaeta si configura come icona: un trattato di teologia a colori, infatti ogni dettaglio, ogni gesto, ogni colore delle vesti ha un significato ben preciso. L’icona è una finestra aperta sul paradiso, l’oro del fondo è la rappresentazione della luce.

È opportuno, a questo punto, indicare alcuni spunti di riflessione in merito all’iconografia presente sulla preziosa croce di Gaeta. Partendo dal lato ove è raffigurata la croce, troviamo al centro, oltre al crocefisso, la Madonna e San Giovanni Evangelista (indicato come Teologo, così come nell’attuale calendario bizantino), l’epigrafe con alcune parole pronunciate da Gesù. Nella parte sommitale della decorazione, invece, è presente San Michele (chi è come Dio?): l’arcangelo che insorge contro Satana,e i suoi satelliti, il difensore degli amici di Dio e protettore del suo popolo (si festeggia il 29 settembre, data in cui il martirologio geronimiano ricorda la dedicazione della basilica di San Michele sulla via Salaria a Roma; per la liturgia bizantina si commemora con l’appellativo di “Archistratega” l’8 settembre e poi l’8 novembre). La posizione privilegiata occupata all’interno della crocetta da S. Michele di certo deriva dal rilievo cultuale nell’ambito della liturgia bizantina. Sempre sullo stesso lato, l’immagine del crocefisso si completa, in basso, con il cranio.

Secondo i Vangeli, condussero Gesù sul luogo detto Golgota, che tradotto significa luogo del cranio.

Un'antica leggenda afferma che la denominazione di cranio deriva dal fatto, che in quel luogo fu sepolto Adamo. Tertulliano scrive: Qui sul Calvario dove sappiamo che è stato sepolto il primo uomo, Gesù Cristo patisce, e con il suo sangue inzuppa la terra, affinchè la polvere del vecchio Adamo, mescolata con il sangue del Signore, possa essere purificata per la virtù di quest'acqua divina che stilla dal corpo del divin Redentore. Ecco il significato del cranio sotto i piedi del Cristo.

Passando all’altro lato, oltre all’immagine della Madonna e alla dedica, sono rappresentati i megalomartiri della liturgia bizantina. In alto vi è San Giovanni (Battista) indicato come Precursore come dal rituale bizantino, purtroppo l’immagine è penalizzata dall’appiccagnolo dell’encolpio ripiegato proprio sul volto del santo. A sinistra è raffigurato San Teodoro [Stratilate =ufficiale] contemplato nel calendario Bizantino l’8 febbraio. A destra vi è San Giorgio [Trofeoforo =trionfatore], si festeggia il 23 aprile e 3 novembre. In basso è San Demetrio [Mirovlita =effusore di miro] (26 ottobre).

Nell’arte medievale sette erano i colori fondamentali utilizzati, che venivano assimilati ad una serie di significati e ad alcuni pianeti: il nero (Saturno) che evoca la tristezza, la volontà indomita; il rosso (Marte) è il colore della carità o della vittoria; il bianco, in taluni casi argento (Luna), simboleggia la purezza, la rettitudine e la franchezza; il giallo, alcune volte oro (Sole), rappresenta l’intelligenza, il giudizio e la luce; il verde (Venere) simbolo di speranza; il blu (Giove) evoca il cielo; il violetto (Mercurio) comunque simbolo della volta celeste. Negli smalti della croce di Gaeta è usato il nero per rappresentare la croce di Cristo; il rosso e il bianco viene utilizzato per le vesti di alcune figure dei martiri; il verde e l’azzurro sono utilizzati, tra l’altro nelle aureole.

L’opera d’arte, in quanto reliquiario, veniva esposta alla venerazione dei fedeli, fino all’inizio del Novecento, nel corso di alcune celebrazioni liturgiche: la Domenica delle Palme, il Venerdì Santo e nel giorno dell’Esaltazione della Santa Croce (14 settembre), che per la liturgia Orientale è da paragonare alla nostra Pasqua.

Di certo è una enorme fortuna per l’intera collettività Gaetana poter, ancor oggi, ammirare all’interno del Museo Diocesano una così preziosa opera d’arte.

 

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