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Storia dell'oliva di Gaeta E-mail
Scritto da Lino Sorabella   

olivaUn percorso storico relativo ad una coltivazione, il cui frutto con il tempo ha preso il nome di “oliva di Gaeta”, dal centro più importante per le realtà storiche e monumentali ...

Visita al frantoio - di Roberto Avino le olive e il frantoio

olivoIl territorio che da molti secoli è interessato dalla coltivazione dell’olivo, il cui frutto con il tempo ha preso il nome di “oliva di Gaeta” - il centro più importante per le realtà storiche e monumentali -  si estende tra la costa del Tirreno ed i rilievi dei gruppi montuosi degli Ausoni e degli Aurunci.

La pianta si rintraccia anche su altre aree contigue e risale la fascia collinare dei Monti Lepini fin a toccare alcuni comuni della Provincia di Roma, ad interessare centri della Provincia di Frosinone sul versante dei rilievi degli Ausoni e degli Aurunci volti alla valle del Liri. Oltre il Garigliano questa tipica varietà si localizza nei comuni di Sessa Aurunca e di Cellole.

La pianta si è andata diffondendo nel corso del tempo perché il frutto veniva utilizzato sia per alimentazione, sia per l’illuminazione nelle abitazioni, negli edifici pubblici e religiosi e lungo la rete stradale urbana.

promontorio di Gaeta MedievaleIl territorio che abbiamo enucleato in precedenza fu interessato in passato sia dall’espansione dei greci, ma ancor più dalla presenza dei romani. Questi due popoli conoscevano molto bene la pianta dell’olivo, la qualità del frutto e le sue successive utilizzazioni e consumo. Del mondo classico non ci sono pervenute testimonianze specifiche per la coltivazione in questo territorio, ma dobbiamo ritenere che la pianta fosse diffusa perché le caratteristiche geologiche e podologiche ne favoriscono lo sviluppo come anche il tipico clima mediterraneo definito da estati calde e secche ed inverni miti e piovosi. L’olivo si legava anche ad un’altra coltura cioè quella della vite che presso i romani ha avuto maggiore sviluppo della prima. In successione di tempo, il territorio ha avuto vicende alterne perché le invasioni barbariche hanno coinvolto l’area in esame, ma succedette una piccola dimensione statuale quale fu il ducato di Gaeta le cui origini si legano, come per gli altri ducati meridionali, alla presenza del potere bizantino dopo la metà del VI secolo.

Attraverso i documenti pubblici e privati, emanati dal potere ducale come da quello vescovile e da atti testamentari, possiamo brevemente indicare il percorso storico.

Diciamo questo perché ci rifacciamo ai documenti pubblicati nel Codex Diplomaticus Cajetanus: sono quattro volumi che raccolgono i documenti dall’830 al 1399 pubblicati dall’Abbazia di Montecassino negli anni 1887-‘91(I-II) e 1958-’60 (III,1-2). Il primo ricordo della presenza dell’olivo nelle campagne di Gaeta si riscontra nel Testamento di Docibile II, Duca di Gaeta del 954, in questo documento la donazione da parte di Docibile ad un figlio, Gregorio, indica una vigna e un oliveto con le relative pertinenze. In seguito i ricordi sempre nel Codex riportano indicazioni per olivi (anni 1068, 1294, 1306, 1323, 1365, 1366, 1374, 1382, 1393): queste attività per la lavorazione del frutto appaiono ancor oggi in molti ruderi presenti sul territorio di Gaeta detti volgarmente “muntani”. Nel Repertorio delle Pergamene della Università o Comune di Gaeta (1187-1704), Napoli 1884 si hanno ricordi di oliveti negli anni 1374 e 1450.

Da un documento dell’Archivio di Stato di Modena (Cancelleria, Ambasciatori, Roma, 11) si evince che sul finire del 1498, Ercole I duca d’Este chiese al proprio ambasciatore a Roma, Feltrino Manfredi, di fornirgli per la sua tavola olive di Gaeta. Qualche settimana dopo il Manfredi scrisse al duca per scusarsi di non averne trovate in tutta Roma, ma che si era organizzato per acquistarne non appena fosse giunto un nuovo carico. Questa missiva verso il duca d’Este, fu ripetuta per altre due volte a distanza di un mese l’una dall’altra. Due anni dopo Ercole d’Este incaricò un altro fiduciario di reperire olive di Gaeta, ma anche questa richiesta non ebbe esito positivo. Certamente le continue richieste sono la riprova di una ricercatezza e particolarità del prodotto gaetano tale da renderlo fortemente appetibile a discapito di altre produzioni regionali italiane.

'stralcioNegli Statuta privilegia et consuetudines Civitatis Cajetae, s.l.s.t.e t. (Napoli-1553?) sono dedicati alcuni paragrafi a difesa degli oliveti (Libro II cap. 120, 144, 145).

Il ricordo di oliveti e montani si ha anche in documenti gaetani del Seicento e del Settecento. Abbiamo ricordato documenti relativi a Gaeta, ma è da considerare che l’olivo, come si è detto, occupava il territorio delle colline degli Aurunci e degli Ausoni che appartennero al ducato di Gaeta ed anche al ducato di Fondi, fino a verso la metà del XII secolo. Particolarmente le aree collinari erano privilegiate da questa pianta mentre nelle aree più basse ed in quelle pianeggianti si sviluppavano le altre colture. La stessa pianta cresceva nell’area lepina rientrando nel dominio dello stato della Chiesa, mentre il versante sulla valle del Liri apparteneva nell’alto medioevo alla contea di Aquino ed all’Abbazia di Montecassino.

Le fasi successive che si avranno nei secoli seguenti vedono il costituirsi nella parte meridionale del regno di Napoli di molteplici dominazioni. Nell’area lepina lo stato Pontificio assume una rilevante dimensione che durerà fino alla fine degli anni Sessanta del XIX secolo.

olivetoRitornando nel territorio di Gaeta dobbiamo accennare ad un fatto storico che mutò il percorso della coltivazione dell’oliva di Gaeta che con il tempo è stata anche chiamata oliva “itrana”. Negli anni Ottanta del secolo XIX la crisi vitivinicola francese spinse i contadini gaetani a sostituire la vite all’altra coltura perché il frutto permetteva un’attesa minore rispetto all’insediamento originario della pianta. Si aggiunga ancora che il mercato vinicolo avrebbe avuto una maggiore richiesta del prodotto per la devastazione della pianta in Francia a causa della fillossera. Così i vigneti nel territorio del comune di Gaeta si sostituirono totalmente agli oliveti che folti risalivano le colline collegandosi con le coltivazioni nel territorio di Itri. In questo comune così come negli altri comuni con larga presenza di aree collinari e montane, la vite non potette sostituire l’oliveto per le caratteristiche climatiche e la maggiore lontananza dalla costa. Queste modifiche di coltivazioni determinarono l’arbitraria proposta di sostituire alla qualità “oliva di Gaeta” quella “itrana”. Se da una parte questa trasformazione linguistica potrebbe trovare giustificazione nell’area maggiormente assegnata a quella coltura al di fuori del comune di Gaeta, non è giustificabile che la stessa coltura cambi nome perché diffusa in un sito diverso da quello che ha assegnato un valore storico al frutto. 

Detto questo non vogliamo togliere il valore attuale agli oliveti di Itri, al prodotto itrano sia lavorato in salamoia o volto alla produzione dell’olio, ma vogliamo soltanto rinnovare il ricordo di una qualità che per circa un millennio ha identificato il nome di una città: “oliva di Gaeta”.

La coltura dell’olivo nel territorio di Gaeta continuò attraverso le piante sparse ma la seconda guerra mondiale ebbe un grave effetto negativo sulle campagne del territorio perché molti alberi furono utilizzati per alimentare il fuoco nei casolari abitati dalla popolazione costretta dai tedeschi ad abbandonare l’area urbana.

antico frantoioantico frantoio

A testimoniare la ricchezza della coltivazione della pianta nel territorio di Gaeta restano non pochi frantoi purtroppo inattivi e spesso in stato di rudere o grave abbandono. Questi frantoi erano sia nell’area urbana che nelle campagne vicine e lontane: vengono elencati 16 in una pubblicazione di Mons. Paolo Capobianco del 1994, Gaeta con le sue olive nei tempi. Secondo questo piccolo censimento sono presenti al vico 20 di Via Indipendenza, alle salite dei Cappucci e del Campo, nelle contrade del Colle, di Arzano, di Casalarga, di Monte Lombone, a San Vito, all’inizio di Via S. Agostino. 

inizio della partituraInteressante e particolare è un manoscritto anonimo del Fondo Musicale dell’Archivio di Montecassino in cui esiste una partitura, copia del sec. XVIII, relativa alle olive di Gaeta: “Aggio Aulive” (cfr. G. Insom, Il Fondo Musicale dell’Archivio di Montecassino, in Biblioteca Cassinese, 3,2, volume II, Montecassino 2003, p. 1191).

Le moderne catalogazioni e i censimenti sulle produzioni delle olive hanno individuato le aree di coltivazione dell’oliva di Gaeta. In Italia si coltiva col nome di Gaeta o “itrana” nelle regioni Lazio, Campania e Puglia. In particolare, col sinonimo “aitanella” si coltiva in Campania (province di Napoli e Salerno); con il sinonimo di “aitanesca” e “auliva all’acqua” in provincia di Napoli.

Resta fondamentale dal punto di vista agrario la pubblicazione di Gaetano Serao L’oliva di Gaeta, in “L’olivicoltore”, Anno XI (1934- n° 11), pp. 7-21, ill.

La F.A.O. ritiene che l’oliva di “gaetana” o “itrana”, con i sinonimi di “gaetanina” e “iatanella”, venga coltivata nel Lazio e nella Campania; con l’appellativo “oliva Core” viene coltivata in provincia di Roma e come “oliva di Esperia” a Latina e nel Lazio; sia nel Lazio che in Campania viene usato anche l’appellativo “oliva grossa”; altri appellativi sono “tanella” e “tanesca” soprattutto a Napoli. Tutti i termini citati prima sono certamente derivati dalla parola Gaeta e da termini ad essa legati, pertanto la nomenclatura è una ulteriore testimonianza che le olive di Gaeta sono il risultato di una produzione agricola basata su una sperimentazione genetica dei contadini del comprensorio gaetano successivamente esportate in diverse zone dell’Italia e non solo.

Nel mondo si coltiva l’oliva di Gaeta in Albania, in Cina, in Croazia, in India, in Slovenia, in Jugoslavia, in Australia e nelle Americhe.

Anche la diversità tra oliva “di Gaeta” e oliva “itrana” è certamente un aspetto marginale, in quanto esiste un unico germoplasma per entrambe le denominazioni, resta soltanto un aspetto meramente legato alla città di produzione.

Nel teatro di Eduardo De Filippo spesso vengono citati gli spaghetti come una vera e propria cerimonia d’altri tempi per il consueto rito dello stare a tavola. Eduardo citava una particolare ricetta detta “spaghetti alla saponara”: tra gli ingredienti inseriva le olive di Gaeta.

 

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